Stefano Pellegrin, in questa sua composizione, riscrive l’opera teatrale La vida es sueño di Calderón de la Barca in una dimensione più intimista, onirica e psicologica, traendo ispirazione dagli spunti pre-esistenzialisti che già emergono nel testo, nell’ottica del corso di Letterature comparate, Storia e potere nella prima età moderna (Prof.ssa Chiara Lombardi).
“In questa mia riscrittura, ho voluto attingere, da una parte, alla riflessione filosofica sulle dicotomie ‘destino/libero arbitrio’ e ‘realtà/sogno’, già sviluppata da Calderón de la Barca; dall’altra, agli aspetti del testo che sono stati individuati come precursori dell’esistenzialismo novecentesco, legando il concetto di ‘libertà’ a quello di ‘scelta’ e di ‘angoscia’. Ho cercato di creare una sorta di allegoria, in cui l’uomo moderno è diviso tra libertà, da un lato, e, dall’altro, immobilità e solitudine, che vede come unico esito, sia in quanto consolazione, sia in quanto constatazione negativa, l’equazione tra la realtà e il sogno”.
*
Questa mattina la feritoia della porta è scivolata di qualche centimetro a sinistra, e dalla fessura una lettera è caduta a terra. Poi, con uno scatto, la feritoia si è richiusa. Mi sono chinato per raccogliere il foglio, ho spezzato il sigillo in ceralacca. La frattura lo ha diviso in due metà esatte: da una parte il rilievo possente della spada, dall’altra l’aquila in volo che la regge nel becco.
Più volte mi sono chiesto perché si ostini ad apporre il proprio sigillo sulle lettere che mi invia; il cui viaggio, lo sa bene, non dura che qualche metro. Abitiamo ad appena due celle di distanza. Ma forse, ripensandoci, crede che la regalità sia cosa troppo seria per soprassedere alle piccole accortezze che pure possono sembrare futili, nella nostra condizione. La sua regalità è diventata, credo, più matura, più radicata: ha acquisito nuovi connotati. La regalità è diventata realtà.
Ho aperto il foglio di pergamena; la calligrafia era ben riconoscibile: corsiva e arcuata, ma lineare. La sua è una scrittura maestosa e regolare come, penso, le onde che travolgono la riva. Come sempre, v’erano tracciate strane linee, ellissi e forme geometriche, ai cui vertici, ricalcati con la penna, erano assegnati i nomi dei pianeti e delle stelle: in alto Venere, appena sopra Saturno, poi Sirio. Una buona prima metà della lettera era occupata da simili disegni astrali, con figure sovrapposte una sull’altra, minuscoli caratteri resi illeggibili dall’accumulo di segni. Continuava sotto:
Sigismondo caro,
figliolo prediletto, principe lodevole, porto alla tua attenzione le recenti informazioni di cui la più minuziosa interrogazione degli astri ha voluto rendermi edotto. Come sai, nulla, nemmeno la potenza terrena di un Re, per quanto grande e soverchiante, può opporsi alle leggi del cielo. La mia interpretazione è doppia: si divide tra la gaiezza e la preoccupazione. Necessito del tuo aiuto per dirimerla.
La congiunzione di Saturno e Giove, che ho cercato qui di raffigurarti, non altro può significare che una crescente rettitudine, unita a una prosperità gioiosa. Saturno è l’architetto celeste: gli ostacoli che costruisce possono mutarsi in eterni edifici del potere. I cieli sembrano annunciare un periodo di maturazione: per me, in qualità di monarca; per te, Sigismondo, in qualità di uomo. Il regno, quel regno che un giorno sarà tuo, è destinato a crescere, e tu, figlio mio, farai esperienza di qualcosa di meraviglioso, di qualche cosa che mai hai avuto occasione di conoscere: tanto più chiara diventa tale previsione quanto più osservi l’abbraccio che avvicina Venere e Mercurio.
Eppure, Marte pare essersi risvegliato. Aiutami, Sigismondo, a comprendere cosa gli altri stiano cercando di dirmi: forse che, dopo l’abbondanza, siamo chiamati a lottare per salvaguardarla? Pensi che si profili una guerra all’orizzonte? Come sai, gli astri si esprimono soltanto in linguaggi sibillini. Quel che è certo, a questo punto, è che alla gioia si sostituirà, prima o poi, un periodo di conflitto, un’aspra battaglia da combattere, un odio prima ignorato, forse, ma, in ogni caso, un’avversità che diverrà schiacciante.
Una simile lettura, non ti mentirò, mi ha alquanto messo all’erta. Anche Urano prominente, osservalo, porta aria di rivoluzione. Dobbiamo forse aspettarci una guerra civile, una rivolta? Temo di aver commesso qualche errore nella mia lettura. Come possono insieme manifestarsi la gioia ridente e la mortifera rivoluzione?
E sono genuinamente confuso sulle cause di tali rivolgimenti: i sudditi mi acclamano, mi venerano, quasi quanto io venero i sudditi. L’amore reciproco è la prima regola del regno, come ho sempre tentato di insegnarti. Sono curioso di sapere la tua interpretazione di queste ambiguità. Ho già richiamato a corte una manciata di battaglioni che avevo spedito ai confini. Un vago istinto, che mi trattengo dal contraddire, mi suggerisce che, se succederà qualcosa, non procederà dall’esterno, ma che piuttosto, come una piaga virulenta, nascerà nel cuore.
Caro Sigismondo, aspetto tue. Tuo padre, Basilio.
Ho letto queste righe seduto allo scrittoio, con la fronte corrucciata, indeciso se vergare una risposta. Poi ho abbandonato il foglio sul piano di quercia, e ho deciso che no, oggi non avrei dato risposta alcuna. Le divagazioni astrali iniziano a stufarmi. Eppure, attraverso le centinaia di lettere che mi sono giunte negli ultimi mesi, in me è emersa una grezza consapevolezza, una lettura che non è delle stelle, ma dell’anima. Dolorosa scoperta è stato intendere che il Re, Basilio, mio padre, chiunque quest’uomo sia, sia un malato. La mania l’ha divorato, la pazzia ne ha colonizzato le vene, la mente è offuscata da gloriosi sogni fantastici. Mio padre è in preda al delirio, è schiavo di un’allucinazione progressiva. E dove siamo? Forse siamo in un ospedale? Mai ho conosciuto il mondo al di fuori della mia cella, mai ho saputo se un mondo ci fosse. Ospedale, prigione, mondo intero, poco cambia: siamo confinati. Gli astri possono forse sorreggere l’anima, l’anelito alla regalità si profila all’orizzonte come l’uscita da un tunnel oscuro e incomprensibile, scavato all’interno di una vita che rimane immota. E mi domando spesso quale sia la fine del mio tunnel, se una fine esiste.
La notte, quando non mi riesce d’assopirmi, batto sull’acciaio della porta, nella speranza che qualcun m’oda, venga a discorrere con me. L’unica voce che abbia sentito è quella del mio carceriere. Solamente un’occasione ho avuto per udirla, lontana nel tempo, sepolta nei ricordi d’una vita che non è stata altro che ricordi. La mia cella è grande, circolare; la torre è molto alta. Le pareti sono ruvide, di pietra, abbastanza spesse. Oltre allo scrittoio, c’è un letto, un paio di mobili, poco altro. Non ci sono specchi, ma c’è una finestra, che, posta parecchi metri sopra il baldacchino, filtra quel poco di luce del giorno che riesco a vedere. Nel centro del pavimento la porta di una botola, sigillata da un lucchetto massiccio, conduce in qualche luogo che mi è ignoto. Quel luogo proibito mi ha, negli anni, suscitato molte riflessioni, e domande innumerevoli. L’ipotesi che più convince è che apriranno la botola solamente quando avrò lasciato questo mondo, mi interreranno per lasciare spazio a qualcun altro; se mi butteranno lì una volta morto, non sarà poi tanto diverso da quando, in vita, mi costrinsero qui dentro.
Non ho ricordi al di fuori di questa stanza; anima morta o cadavere vivente, quel che volete, questo sono. Abito il silenzio dei giorni e l’ombra delle notti. Quella notte fatale in cui battevo contro la porta, in cui le mie mani divenivano strumenti di dolore, s’abbattevano come la scure sulla nuca del condannato; qualcuno mi rispose. Il carceriere, il mio carceriere. Lo supplicai di parlare con qualcuno, che mi fosse permesso almeno di scambiare una parola. Anche quella volta, con uno stridio la feritoia era scattata; e nelle tenebre lui mi accontentò:
– La parola è attributo dell’uomo libero. La parola è privilegio che né a te, né ad alcuno può essere concesso.
– Chi sei, mio carceriere? Qual è il tuo nome? Eccomi, sono qui. Guardami. Liberami. Sono pronto per la vita.
In quel momento avanzava sulla finestrella della porta un raggio candido di luna. Gli occhi neri e il naso diritto apparvero e scomparvero come un fulmine sinistro. Prima che con un nuovo scatto si sigillasse l’apertura, la voce dura come il marmo concludeva:
– Quale vita? Questa è la tua vita.
Ed io, sulle note solitarie della luna, intonavo il mio lamento prigioniero, graffiando il muro con le unghie:
Carceriere, psicosi è la parola
che si posa tra le labbra
e come primula appassisce.
Parola è quella cosa
rattrappita che tu veneri,
e che chiami libertà,
che il destino usa
per creare la realtà
dalle ceneri del senso.
Parola è la sposa senza vita
dei malati. I malati son tutti
quelli che hai davanti.
E tu, carceriere inclemente,
chi sei tu, tacito infermiere
d’uno scheletro vivente?
Seduto allo scrittoio, osservo la parete. La lettera giace abbandonata, è scivolata a terra, sul tappeto. Una fiaccola ardente fissata al muro ne illumina i contorni, bagliori danzanti li confondono. Ed ecco che, intorno alla luce balenante della fiaccola, sulla superficie discontinua della roccia affiorano le primule. Ho come una reminiscenza di sogno: le ho già viste, rammento, in una memoria lontana, o in una fantasia sbiadita nella notte. Quelle gialle sono le prime a sbocciare, tutte insieme, come trafelate, e, nel dispiegarsi, nascono come gorghi dall’oceano vorticoso. Quelle viola, invece, sbocciano una alla volta, e si adagiano simili a fiocchi di neve. La neve, forse, ha lo stesso candore d’ametista. Eppure io, il cielo, la pioggia e la neve, non li scorgo mai. Del cielo colgo qualche residuo solo da lontano, strizzando gli occhi fino a far male, e solo per poco: quando la notte s’alza in volo e si insinua tra le sbarre della finestra che si trova in alto, molti metri al di sopra di me, e si posa per rapidi istanti sul muro, come un nugolo oscuro di falene. Quel cupo riflesso si rifrange, nello spazio sempre più lieve e slavato, nel tempo sempre più cupo. Allora intravedo il bagliore delle stelle. Mi domando se il Re abbia una vista privilegiata, una finestra più bassa, più larga, o se anche lui le veda soltanto sulla parete della cella.
Il rigoglio delle primule non si arresta; presto, come un’infezione di vita, colonizza gli spazi morti della pietra. Dalla parete scende, si espande al pavimento, al tappeto, si dirige verso il centro della stanza. La botola serrata pare adesso una cripta eretta ai limiti della foresta. Mi alzo in piedi, mi faccio più vicino; chinandomi per cogliere un fiore noto che il lucchetto è aperto. Allora mi domando: che sia sempre stato aperto? Possibile che per tutto in questo tempo mi sia ingannato? Mi chiedo se in fondo io sia sempre stato libero, pur senza saperlo. Ma ancora è da vedere se mi condurrà alla libertà. Sollevo lo sportello ed entro nella bocca delle tenebre.
L’incontro con l’esterno è un trauma: traumatico stupore, che amplifica e dimezza i sensi. La luce mi stordisce: si riversa con perversa meraviglia sulle cose, sul prato che percorro a piedi nudi, sui tronchi degli alberi che sono nodosi come le mie mani. Traumatica è la libertà dell’uomo, quando s’accinge a contemplare orizzonti senza fine. Dunque, se finalmente sono libero, è tempo di esercitare la mia libertà. La parola è un privilegio concesso all’uomo libero. Voglio che le mie parole giungano più lontano possibile: sarà questa la misura della mia nuova libertà. Urlo: voglio che il vento raccolga le mie grida e che l’aria alata le diffonda. Canto il mio nome, “Sigismondo!”, alle nuvole che mi sovrastano. La necessità di cantare al cielo il mio nome è bruciante, è un veleno che mi annebbia. Sigismondo, principe di Polonia. Solo il silenzio mi risponde; solo il silenzio conosce la maestà del mio riscatto.
La torre è svanita, risucchiata dal terreno. L’erba è lucente, il cielo cangiante è un crogiuolo in cui le sorti della natura sono rimestate; l’azzurro e il viola e il blu si compenetrano, le nubi pallide sono passeggere del meriggio. Qui la vita scorre, cambia. L’armonia del mondo è un flusso. A poca distanza un boschetto di pioppi allunga strisce d’ombra fresca.
Pioppi. La mia conoscenza naturalistica non è spiccata, eppure li ho riconosciuti. Mi assale un sentore ambiguo, di doppiezza, d’un fantasma che strepita nella mia mente, come un’immagine già conosciuta, ma dispersa. Ma è impossibile, è impossibile che già conosca questi luoghi. Se già li ho visitati, non può esser stato che in sogno. Mi dirigo verso la macchia dei pioppi; la commozione ritrovata soverchia il velo dei sospetti, che pure splende in controluce.
Qualcosa rifulge ai piedi degli alberi. Uno stagno solcato da ninfee. Uno specchio d’acqua sarà il mio primo specchio: dopo aver tolto le catene alla mia voce, sottrarrò il segreto anche al mio viso. Mi faccio strada tra gli arbusti e giungo sulla riva: la superficie liscia è una copia celeste, è un’armonia rovesciata. Inizio a sporgermi: compaiono i capelli, la fronte ampia. E subito gli occhi neri e il naso diritto mi scoccano una freccia infuocata: riconosco gli stessi occhi impassibili, lo stesso naso severo che furono causa di tormenti e prigionia. Nel riflesso il cielo s’annerisce, la luce si dissolve come riassorbita da un lampo fulmineo. E nel mio specchio fatale rivedo l’oscurità, l’acciaio, odo uno stridio che è la lacerazione arcigna d’una speranza fattasi disperazione.
Giaccio inerte sul mio letto, madido di sudore, dalla fronte ai palmi delle mani. È giorno pieno nella cella. Ho sognato? No, non posso aver sognato. Ho vissuto, allora?
Il cuore batte come un martello. Mi alzo, perdo l’equilibrio, scivolo, mi affretto al centro della stanza. Ho il fiato corto, le membra percorse da spasmi. La botola, cerco la botola. Il lucchetto è divelto: è la prova che non ho sognato. Lacrime di gioia sgorgano dalla fonte dei miei occhi, dei miei occhi neri. Per l’ultima volta, sollevo lo sportello. La fuga è a portata di mano, la vita è dall’altra parte della porta. Per l’ultima volta, discendo nell’oscurità.
Il buio mi travolge. La scalinata è un serpente che si contorce, si curva in meandri stretti, si frantuma in svolte spigolose. Procedo alla cieca, seguendo con le dita il corrimano gelido. I minuti passano, il silenzio esplode in vuota sinfonia. Quando a un tratto, in lontananza, scorgo una macchia, piccola, un bagliore azzurro: i miei nervi si tendono per l’euforia. Il respiro della libertà mi sospinge: affretto il passo, pur rischiando di cadere. E mi chiedo, tuttavia, per quale motivo questi gradini scendano soltanto, invece di salire. Ma non m’importa; può darsi che la mia cella fosse alta nella torre.
Più mi avvicino, più mi accorgo di una discrepanza; qualcosa, qualcosa di grande non funziona. La fine della scalinata è illuminata di una luce celeste, si conclude su una grande arcata, oltre la quale brilla, come torcia sempiterna, un grande fuoco azzurro, che manda non già i riflessi del cielo cristallino, bensì lugubri baluginii, che sembran sorgere dalla morte. Alla fine della strada mi attendeva un fuoco fatuo: è questa l’uscita del mio tunnel.
Sono in stato di paralisi, ma non sono ancora morto. Con gli occhi sgranati fisso la fiamma fluttuante, il suo nucleo bruciante che ruba i colori della notte. Scorgo, oltre la fiamma, un nuovo paesaggio; un paesaggio, sì, ma degradato. Pioppi, cipressi, ammantati di nero e di blu, congelati in un’immobile agonia. Delle siepi torreggianti, poi, che si dipanano, poco più in là. Se mi inoltro tra le siepi fredde, scopro i percorsi che esse tracciano: destra, sinistra, poi un bivio, avanti, indietro. E così per sempre. Addentrarsi in quel dedalo spettrale equivale all’angoscia di scegliere la strada da percorrere. Che confuso labirinto è questo, di cui il pensiero non può rintracciare il filo.
Allora mi siedo a terra, l’anima svuotata, il corpo simile a un rudere abitato da fantasmi; i fantasmi di quelle speranze dileguate, sostituite dall’angoscia di quello che non si può scegliere. Mi accuccio accanto al fuoco; forse, per lo meno, potrà tenermi al caldo. E intanto, con la voce dispersa, intono quel lamento che si è reso libero:
Canta, cuore mio, canta
non più il nome, ma l’assenza.
Spargi in quest’aria,
ch’è vuota anche del dolore,
aspre note dell’assurda tua sentenza.
Suona, mente mia, suona
quella vacua melodia d’attese
che può anteporre alla realtà
soltanto addormentata
fantasia.
Questa è una tragedia della volontà.
La fine, il coraggio d’una scelta
agogno, come illusione addolorata;
e comprendi, Sigismondo:
se la vita è languida prigione,
l’unica evasione è il sogno;
il cielo intero è presagio,
e prodigio è tutto il mondo.
BIBLIOGRAFIA
- Pedro Calderón de la Barca, La vida es sueño, tr. it. di Dario Puccini, Milano, Garzanti