Banchetto

Luisa Carolina Stella, in questo testo a metà tra narrativa e monologo teatrale, riscrive Romeo e Giulietta reinterpretando i ruoli dei personaggi, sopra tutti quello di Giulietta, che viene eletta a rappresentante della tragedia beckettiana, nell’ottica del corso di Letterature comparate, Shakespeare e il paesaggio culturale italiano (Prof.ssa Chiara Lombardi).

 “Romeo, oggi sopravviviamo in un altro tempo, in un luogo che poco somiglia alla nostra Verona. E non si è più soltanto noi perché si gioca un’altra partita. Ohnon chiedere “cosa?” , abbi un po’ di pazienza. Siamo simboli al cospetto di un altro dio, un dio che invecchia, ma che, ancora, non muore.”

*

We’re not beginning to… to … mean something?

S. Beckett, Endgame, Faber&Faber, 2012, p. 54

L’erba cresciuta tra le fessure delle piastrelle del peristilio accarezzò i suoi teneri piedi scalzi. Il suo vestito immacolato danzava con i frammenti sconnessi del selciato.
La struttura trasandava sotto il peso dei secoli, ma protetta com’era dal debole sole del tramonto, sperava di nascondere alla bene e meglio lo squallore a cui il padrone di casa l’aveva ridotta. Crepe profonde nelle pareti circostanti, tegole in frantumi tra l’erbaccia e le travi, di quel che un tempo era stato il tetto, ora ronfavano, implose su se stesse, tra i calcinacci.
Ma gli occhi di Giulietta brillavano. Percorreva in punta di piedi il perimetro del cortile, attenta a non guastare il precarissimo equilibrio delle cose. Era una danza la sua, piuttosto traballante, a ritmo di una musica che sembrava raggiungerla da un altro tempo, ridotta a un’eco di dolci note di cetra. Con la leggerezza che tutta l’umanità invidia alle ragazzine, ballava con le colonne: le braccia protese, prima una e poi l’altra, stringevano i marmi eterni, come se mai più avessero dovuto lasciarli; poi, di lì a un secondo, li abbandonavano, per liberarsi e proseguire, di marmo in marmo, il colonnato. Lo sguardo di Giulietta, intanto, si posava su ogni cosa, frugava dappertutto, forse alla ricerca del luogo da cui provenisse quella musica.
A metà del colonnato, la sua attenzione venne catturata da un baluginio al centro del cortile. Interruppe la sua danza, s’arrestò con le braccia avvinghiate ai marmi. Rimase così, per qualche istante, quasi a ponderare l’idea d’avvicinarsi o di rimanere cautamente dove già si trovava, o addirittura, d’andarsene.
Ma non aveva scelta. Oltrepassò le sue colonne d’Ercole e s’avviò verso la luce.

A capotavola sedeva quello che, di primo acchito, poteva sembrare certamente un uomo. Lo stomaco dilatato, degli alcolisti, e una barba incolta, gli occhi opachi e assenti, iniettati di sangue. Copriva il pube con un velo biancastro e sdrucito. La corona di foglie di vite, abbandonata di fronte a lui, sul tavolo, lasciava liberi i suoi boccoli, neri in gioventù, ormai canuti e stanchi, che si ritiravano stempiando la fronte.
Le lagnose conseguenze del Tempo turbavano l’ordine antico.
Sedeva immobile, quel dio diseredato, le braccia conserte sul pancione. Sconquassava il silenzio il suo grugnire: si poteva dir morto, altrimenti.
Serafino giocava con la luce stanca dei candelabri e le briciole, sparse sul tavolo e a terra, erano tutto ciò che rimaneva del Banchetto Eterno.
Giulietta, rapita, non distolse lo sguardo dal dio grassoccio neppure per un istante, proseguiva a passi incerti la sua venuta.

La luce fioca che mangiava la cera poco a poco, rendeva tremolanti e incerti i contorni degli oggetti; Giulietta doveva strizzare gli occhi, concentrarsi sulle ombre, per dare loro un nome.
Non capiva a quale rito stesse per prendere parte, le era sconosciuto quel tipo di solennità che effondeva nell’aria e si faceva palpabile mano a mano che la distanza tra lei e il dio diminuiva. Cresceva dentro di lei la tentazione di stringere il bordo del tavolo oblungo, di sfiorare il suo legno, quasi ad accertarsi che fosse reale, realmente oggetto tridimensionale, che è possibile toccare per rassicurarsi d’essere ancora vivi, di possedere le proprie membra, d’essere i propri sensi e non soltanto un’anima tra ombre d’altri mondi. Qualche passo ancora, i muscoli del braccio in tensione, le dita già distese.
Ma non ebbe il tempo di confutare i dubbi circa la concretezza della sua carne, che il suo corpo, distratto nei movimenti, incespicò ai piedi del banchetto su di un qualcosa che, ahimè, certo non poteva essere l’ennesimo ciottolo sconnesso. La pelle dei suoi piedi scalzi, a contatto con l’oggetto sconosciuto, riconobbe, non senza ribrezzo, la mollezza tipica dei corpi organici.
Immobile, giaceva un ragazzo. Supino. La testa sversa di lato e i capelli appiccicati alla fronte. Le gambe sotto al tavolo e le braccia scomposte, coi palmi rivolti al cielo stellato.
Un brivido di terrore percorse la schiena di Giulietta. Il buio della notte le impediva di scorgere chiaramente i lineamenti del suo volto.
Lentamente si chinò su di lui e le lacrime a fiotti cominciarono a rigarle il viso. Singhiozzando sempre più forte, si accasciò sul suo petto e, tenendo tra le mani tremanti la sua nuca, tra le dita i capelli, cominciò:

«O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? [2]
La tua pelle ora di cera, rende la mia tremula e angosciosa
i tuoi bulbi fissi come le stelle sono ormai empi; ma perdio osa!
guardami, parlami… cos’è, non mi senti!? Il gomitolo per Teseo,

eri per me, il tuo nome la mia risposta ad ogni dubbio e desio
Ed ora non restano che le tue labbra cerulee, dischiuse e mute:
in ginocchio ti prego, ti chiedo: le tue braccia m’amarenno ancora, salde e nude?
E m’hanno detto che non posso morire, ha altri piani per me Dio:

mi spetta il destino funesto della tragedia ventura
dove chi vuol morire, mutilato vive
e l’esistenza è una farsa, uno scacco matto senza veduta.

Potessi, ti mostrerei questo dio canuto a me di fronte,
per farti capire, Romeo, che tu sei il primo e l’ultimo eroe
che ha goduto d’ambedue i destini: libero arbitrio e Morte.

Ma non credo che tu possa capirmi, se ti parlo così. I tuoi occhi non mi guardano, le tue braccia non mi cingono, non c’è più alcun soffio vitale nelle tue membra, ma io ti devo spiegare (questo è il mio ruolo, il mio nuovo: ci sono cose che devo dire e tu, qui, sei il solo che può aiutarmi: compiangerti è l’unico modo che ho per parlare serenamente, per spiegare tutto, senza esser presa per matta, per delirante. No, dico sul serio! Tu crederesti a una ragazzina che parla da sola, ballando tra le colonne?).
Romeo, oggi sopravviviamo in un altro tempo, in un luogo che poco somiglia alla nostra Verona. E non si è più soltanto noi perché si gioca un’altra partita.
Oh, non chiedere “cosa?” [3] , abbi un po’ di pazienza.
Siamo simboli al cospetto di un altro dio, un dio che invecchia, ma che, ancora, non muore.
Guardalo, a stento lo si riconosce. Condannato a questo Banchetto, solo, come Calipso sull’isola Ogigia. Immobile tace, poiché non vi sono più orecchi capaci di ascoltarlo, di comprendere.
Ma non fu sempre così.
V’era un tempo in cui lo si venerava. Ogni sera, proprio qui, dove ora non vi sono altro che ruderi, si consumava il rito dell’esistenza. Apollo veniva a trovarlo, e così molti uomini. Si banchettava allegramente, si beveva, si cantava, si festeggiava la vita, ed ogni notte, al tramonto, si compiva il miracolo: Dioniso evocava il daimon d’ogni uomo e il rito delle baccanti aveva inizio. L’essenza dionisiaca insita in ogni animo affiorava miracolosamente ai sensi, modificava la percezione del reale e la poesia sgorgava a fiotti, senza freni, senza inibizioni. Apollo ne mitigava gli impulsi animaleschi e violenti e concedeva a quegli uomini di trasformare in Parola ciò che d’intraducibile vi è nell’essenza della vita. Il poeta trovava così l’unica via per glorificare la follia dell’irrazionale, che governa l’uomo a sua insaputa e lo conduce, tracciando il conflitto eterno tra tendenza all’assoluto e costrizione della carne mortale. Così nasceva la tragedia [4]. Così avveniva la purificazione.
E tuttavia, non era abbastanza. Troppo presto il miracolo si esaurì: la consapevolezza, così radicata nell’uomo antico, di non dover oltrepassare mai il senso del limite naturale, del limite divino, andava irrimediabilmente incrinandosi. Si esaltò il potere dell’uomo, del pensiero finito, della supremazia sulla natura, fino a rinnegare gli dei e il destino imposto.
L’eroe cominciò a dubitare.
Dopo Euripide, ultimo ospite, Dioniso venne abbandonato. Il dio sconfitto e solo, lentamente si vide invecchiare, e attese, non fece altro che attendere strenuamente nel limbo di questo peristilio, invocando l’eterno ritorno. Se tendi l’orecchio puoi sentire, ancora distintamente, il suo borbottio in versi:

Or conviene il silenzio: alto silenzio. Oscuro è il sogno del futuro.
Nuova morte ci attende. Ma in qual giorno supremo, o Fato, rivivremo?
[5]

Ti chiederai che cosa tu ci faccia qui, caro Romeo, perché io ti stia raccontando tutto questo. Ma la risposta è insita in te, nel personaggio che sei stato, nell’esistenza per cui ti sei battuto. Tu rappresenti oggi, qui steso come sei, l’eroe libero.
Che cos’è stata per te la morte, se non la scelta più ardita di una sfilza di ardite scelte? Il tuo tempo è stato quello dell’autodeterminazione: l’uomo, finalmente padrone di se stesso, padrone dell’universo, si crogiola nell’illusione che tutto gli sia possibile. Tu Romeo l’hai fatto per amore, per la rivoluzione, ma chi, invece, l’ha fatto per sete di potere, per vendetta o crudeltà, è stato ugualmente sovrano del suo destino. E della sua tragedia, ugualmente, ha goduto.

Che c’è? Cosa ti arrovella? Dubiti di me? Ma se ho parlato unicamente di te e non di un noi, ciò non significa che io non abbia condiviso il tuo stesso destino. Perdio! certo che ho sofferto, certo che sono morta con te. Non poteva andare altrimenti. Ma questa è un’altra storia, ricordi? Mi hanno ingaggiata per tutt’altro ruolo, per tutt’altra farsa. Io oggi non posso morire più.
Lo vorrei disperatamente, perché ti amo alla follia e tu sei qui, tra le mie braccia, grigio, esanime, con il collo senza forze e la testa a penzoloni, e ti ho abbracciato e ti ho stretto al mio petto, ti ho trascinato sulle mie ginocchia, ti ho tolto i capelli dalla fronte e ho singhiozzato delirante senza riuscire a trattenermi, bagnandoti le gote, le labbra, il petto; ti ho baciato mille volte, e altrettante ti ho detto che ti amavo, come si ama il sole, e una passione come questa non è contenibile, sopprimibile, e non può certo esaurirsi, è fuoco che mi lacera dai talloni ai boccoli e ardendo così, orgogliosamente, vorrei morire.
E tuttavia esito, esito a… farla finita. Si, è proprio così, è ora di farla finita e tuttavia io esito ancora [6].
Questa è la vera tragedia. Ormai sono mutilata, Romeo, compromessa. Ma si è soli qui, nel deserto del moderno: ti guardi attorno e cosa vedi? Quattro colonne miracolosamente ancora in piedi e null’altro, erbaccia, tetti sfondati, crepe, crepe ovunque! Sul tavolo niente di cui nutrirsi, solo briciole di un sapere anacronistico, e gocce d’una ebbrezza, d’una leggerezza ormai molto lontana. La miseria umana l’hanno chiamata in mille modi: progresso, religione, potere, ambizione, imperialismo, supremazia, patriarcato… E tu mi parli per l’ennesima volta di morte, come se volesse ancora dire qualcosa! Se tu non fossi morto, certo mi capiresti, certo litigheremmo, e invece è uno stillicidio parlare con te. Ma che fai? Dormi? Se non conoscessi il grande rispetto che nutri per me, giurerei d’averti visto sopito, cullato dalle mie parole. Sono poi sempre le stesse domande e le stesse risposte: che c’è di più bello? [7]
Certo hai ragione, toccherebbe farla finita. E tuttavia mi chiedo che cosa il dio stia ancora attendendo. Tu, Dioniso, che cosa aspetti? Ancora a ruminare vecchi versi, con ‘sti occhi vacui da vitello… Possibile che tu non voglia farla finita? Ancora credi che possano tornare i tempi d’oro, ancora speri in un nuovo mondo! Ma non lo vedi questo grigio tutt’intorno?

A volte percepisco una leggera brezza sul volto che mi sussurra che è ora di alzarsi, di lasciare andare. Eccola che arriva… »

Giulietta si asciugò le lacrime dal volto, accarezzò il viso di Romeo e lo baciò, come per un addio. Gli tastò la cinta e individuò la fodera del pugnale. Lo sfilò delicatamente, quasi per paura di fargli male, e se lo rigirò tra le mani: fece passare il dito indice sulla lama e un piccolo ghigno increspò le sue labbra. Scostò il corpo e si alzò in piedi. Si avviò al centro del tavolo e, poggiando i due palmi sul piano, salì a piedi nudi sul Banchetto Eterno. Si avviò verso Dioniso, evitando i candelabri semi spenti. La brezza ad accompagnarle il vestito. Si fermò a un passo dalla testa traslucida del dio grassoccio. Il pugnale ben stretto tra le dita. Per la prima volta dai tempi dell’ultimo ospite, il dio si mosse: alzò gli occhi verso la ragazzina, che in piedi, di fronte a lui, gli sorrideva.
Dolci note di cetra cullavano i vivi e i morti.

[2] W. Shakespeare, Romeo e Giulietta, (II atto, II scena)
[3] T.S. Eliot, The Love Song of J. A. Prufrock, traduzione di Maria Borio, 5 ott. 2013, http://www.nuoviargomenti.net/poesie/il-canto-damore-di-j-alfred-prufrock/
[4] I concetti del paragrafo riprendono F. Nietzsche, La nascita della tragedia
[5] G. D’Annunzio, I poeti dalla raccolta Canto Paradisiaco
[6] S. Beckett, Finale di partita, Einaudi, 1997, p.22 (Kindle)
[7] S. Beckett, Finale di partita, p. 35

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